Donatella Merlo
nasce a Torino il 17 febbraio 1927 in una
famiglia di artisti, erede di una tradizione che attraversa più generazioni:
dal bisnonno Carlo al nonno Camillo, al padre Metello e allo zio Felice Vellan.
Dopo il Liceo Artistico, dal 1945 frequenta all’Accademia Albertina il corso di
Pittura di Felice Casorati, con il quale studia per circa due anni. La
formazione casoratiana lascia una traccia duratura nel suo lavoro, specie nel
rigore della composizione e nell’importanza attribuita al disegno.
Nel 1948 partecipa alla sua prima mostra collettiva, inaugurando un percorso
espositivo destinato a protrarsi per oltre sessant’anni. Fin dagli esordi alla
pittura affianca un interesse per l’illustrazione e una continua
sperimentazione di tecniche e materiali: olio, acquerello, pastello, pittura su
vetro, disegno e incisione.
Determinante è il soggiorno a Londra negli anni Cinquanta, dove trascorre quasi
due anni. Il confronto diretto con la grande tradizione pittorica inglese le
permette di approfondire la tecnica dell’acquerello e di sviluppare quella vena
illustrativa che continuerà ad affiorare, in forme diverse, nel corso della sua
attività.
Negli anni Sessanta, pur senza aderire formalmente ad alcuna corrente, la
sua pittura si colloca nell’ambito del neosurrealismo torinese, dal quale
tuttavia si distingue per l’assenza di quel compiaciuto senso del macabro che
ne caratterizza alcune espressioni e
per una vena, a tratti, fiabesca.
Negli anni Settanta la sua ricerca assume un carattere più propriamente
metafisico: mobili, scarpe, oggetti e forme naturali diventano i protagonisti delle
sue composizioni.
Nel 1975 Donatella riprende gli studi interrotti e torna all’Albertina, dove
frequenta il corso di Pittura di Sergio Saroni e si diploma nel 1977. Con il ritorno
in Accademia e grazie agli insegnamenti di Mario Calandri, Francesco Franco e Vincenzo
Gatti, approfondisce la pratica dell’incisione, alla quale si era già dedicata
in gioventù e alla fine degli anni Sessanta. Nel 1980 fonda con Nalda Montesi
la Bottega dell’Incisione.
All’inizio del decennio successivo torna a una pittura
più dichiaratamente realista, elaborando una personale tecnica puntinista che
applica a figure, oggetti e paesaggi. Manichini, bambole, scarpe, panni stesi e
vedute sono sottoposti a un’osservazione minuziosa, nella quale il rigore
dell’esecuzione si accompagna allo studio del colore e alla scomposizione della
luce.
Dagli anni Novanta la pittura si fa progressivamente più libera. Con le
Cascate e, in seguito, con il ciclo Il filo di Arianna, il dato naturalistico
tende a dissolversi in forme sempre più vicine all’astrazione, senza tuttavia
scomparire del tutto.
Al di là dei continui mutamenti di stile e di tecnica, il disegno, la costruzione della composizione e una particolare sensibilità per il colore
rimangono i punti fermi del suo linguaggio. Il dato reale resta lo spunto per rielaborare, tra memoria e immaginazione, il
proprio mondo interiore
Attiva fino al 2012, muore a Torino il 15 aprile 2014.
